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a
cura di: Alessandro Capurso, Stefano Mancini e Sandro Dagna
Che
cos'è il karate?
"Il
karate deriva dall'arte del combattimento a mani nude trasmessa segretamente
nell'isola di Okinawa. Si tratta di una sottile arte dell'autodifesa,
che permette di vincere il nemico per mezzo delle più varie
tecniche utilizzando le diverse parti del corpo in modo razionale
ed efficace. Ad esempio i colpi di pugno e di mano diretti o circolari,
calci ma anche proiezioni e immobilizzazioni. Ma il karate non è
una semplice arte di combattimento. Il suo primo obbiettivo è
forgiare il corpo e lo spirito..."
Così il grande maestro giapponese Mabuni descrive l’arte
marziale di cui si fa portavoce all’inizio del XX secolo.
Difusosi
dal Giappone durante il XX secolo in tutto il mondo il karate è
oggi tra le arti marziali più conosciute.
Differenziatosi negli stili e modificatosi nella sostanza in seguito
alla perdita di importanza del combattimento corpo a corpo, può
essere considerato uno sport nell’accezione più ampia
del termine. Tradizione e filosofia si affiancano alla pratica sportiva
per offrire al praticante un percorso di formazione completo che rafforzi
lo spirito e tonifichi il corpo.
Chiunque
può praticare karare. Il bambino che per la prima volta si
affaccia ad uno sport apprezzerà l’aspetto ludico e acrobatico
delle tecniche, il ragazzo desideroso di confrontarsi per crescere
troverà nell’agonismo un forte stimolo alla crescita
ed al perfezionamento e l’adulto maturo ricercherà, oltre
ad un buon mantenimento della forma fisica, quegli aspetti filosofici
che la giovane età gli aveva impedito di cogliere.
Nel
constatare che al giorno d’oggi spesso l'immagine del karate
viene associata all'espressione di violenza va considerato il ruolo
determinante, e per la maggior parte dei casi fuorviante, dell'interpretazione
cinematografica delle arti marziali.
Il vero praticante di karate si astiene dalla violenza che non è
per lui né un mezzo né un fine.
Origini
e significato del nome
Karate:
Gli
ideogrammi della parola kara-te-do significano “la via della
mano vuota”. Essa ha in se un'indicazione tecnica e un'idea
filosofica, poiché questo vuoto va inteso nell'accezione buddistica
del termine.
In giapponese si scrive con ideogrammi, e il legame tra il carattere
scritto e il suono non è così diretto come nelle scritture
fonetiche. Spesso esistono diverse pronunce per lo stesso ideogramma
e lo stesso suono può corrispondere a più ideogrammi.
Il nome antico di karate era To-De "la mano (De o Te) della Cina
(To) " o più semplicemente Te o De.
L'ideogramma “To” si pronuncia anche Kara e all'inizio
del XX secolo ha iniziato ad essere impiegata questa pronuncia: Kara-Te
"la mano della Cina".
Il termine Te o De, letteralmente "mano", ha anche il significato
di "arte" o L'uso della pronuncia Kara permetteva di giocare
su un doppio senso poiché il suono Kara significa in giapponese
anche "vuoto" ma viene scritto con un altro ideogramma.
Il cambiamento dell'ideogramma corrispondente al suono Kara si spiega
in due modi complementari: da una parte il termine Kara, che significa
"vuoto", nell'accezione del buddismo zen ha in giapponese
una profondità maggiore, dall'altra il termine "mano cinese"
non andava molto d'accordo col nazionalismo giapponese di inizio secolo.
Questa nuova forma, Kara-Te, ossia “mano vuota", si è
diffusa nel corso degli anni '30, nel momento in cui i maestri di
Kara-Te, arrivati dalla piccola isola di Okinawa, cercarono di inserire
la loro arte nella più vasta tradizione del Budo (insieme delle
arti marziali dei guerrieri giapponesi). Il termine DO indica nell’accezione
filosofica la VIA, la strada o, meglio, il percorso sia interiore
sia di evoluzione della tecnica che è necessario compiere nelle
arti marziali.
Shotokan:
Funakoshi, fondatore dello stile di karate denominato Shotokan, componeva
fin da giovane poesie sotto lo pseudonimo Shoto (fruscio della pineta).
II suo paese natale era infatti circondato da colline e da monti coperti
da foreste di pini che formano una lunga catena chiamata Kobisan (Monti
della coda di tigre).
Il grande maestro aveva l'abitudine, in gioventù, di passeggiarvi
spesso accompagnato dal fruscio dei pini. Firmando Shoto le sue poesie
calligrafate, il ricordo del canto della pineta lo riportava ai sentimenti
dell'infanzia e della giovinezza.
Scegliendo Shoto anche come nome del suo dojo di karate, volle ancora
legare l'immagine del fruscio della pineta alla via che seguì
nel karate: "Amerei proseguire la via del karate, cosi come la
vita, nella grazia della verità intrinseca e nella calma del
fruscio dei pini”.
Nella primavera del 1938 Funakoshi affisse l'insegna "Shotokan"
(kan significa casa o dojo) davanti al suo dojo. Questo nome sarà
in seguito utilizzato per designare la sua scuola.
Cenni
storici sul Karate
Generalmente
si pensa che il karate sia nato ad Okinawa, ma non è del tutto
esatto.
Le radici di questa disciplina marziale sono molto più antiche.
Si pensa infatti che le sue origini vadano ricercate in India nel
nome di un monaco buddista: Bodhidharma, primo patriarca e fondatore
della filosofia Zen (Dyana in India, Ch’AN in Cina) conosciuto
in Giappone col nome di Daruma Taishi.
Intorno
al 520 d.c. egli si spostò dall’India alla Cina per diffondere
il proprio credo religioso. Accolto inizialmente dalla corte Imperiale
di Liang Wu Ti, dovette più tardi allontanarsene a seguito
di scontri con l’Imperatore la cui fede religiosa, più
formale, scientifica e interiore, non concordava con quella di Bodhidharma,
più interiorizzata, personale ed intuitiva.
Dopo l’espulsione dalla corte Imperiale Cinese il monaco raggiunse
il tempio di Shorinji, nell’odierna provincia di Ho-Nan, nel
nord-est della Cina, meglio conosciuta con il nome di Shaolin o Hsiao-Lin,
dove insegnò la sua filosofia che si basava sulla meditazione
sulla concentrazione e permetteva di acquisire particolari e, sembra,
straordinarie doti psichiche e fisiche.
Accanto allo Zen, Bodhidharma insegnò ai monaci un’antichissima
forma di lotta, conosciuta in India come Kempo, a cui aveva apportato
alcune variazioni. In questo modo il Kempo veniva ad essere una pratica
complementare alla meditazione. Si pensa che originariamente il Kempo
fosse più una sorta di allenamento fisico non violento anziché
una vera e propria disciplina marziale: il suo scopo era rafforzare
la psiche attraverso il corpo.
I
monaci Shaolin svilupparono diversi stili modificando le caratteristiche
iniziali del Kempo: ne derivarono il Kung-fu, il Tai-ch’i-chuan
e altri. Tutti avevano in comune le stesse caratteristiche e le stesse
finalità: coordinazione mentale fortissima, movimenti circolari,
spostamenti laterali, strategia del contrattacco dopo la difesa.
Ma Shao-lin-tsu non ebbe vita lunga anche perché il buddismo
non attecchì in Cina (troppo radicati nella tradizione cinese
erano il taoismo e il confucianesimo). Le persecuzioni governative
ed i ripetuti incendi distrussero definitivamente il tempio di Shorinji,
disperdendo i pochi monaci superstiti.
La successiva legge imperiale proibì l’uso delle armi
ed i monaci ritennero loro dovere aiutare la popolazione indifesa
insegnando la loro disciplina alle masse oppresse perché potessero
difendersi dalle bande dei briganti e dai funzionari governativi corrotti.
In questo periodo il Kempo venne a perdere gradualmente quegli elementi
che gli provenivano dalla filosofia Zen e si differenziarono sempre
più gli stili.
Il
Kempo raggiunse il Giappone, insieme alla filosofia Zen, verso il
947 d.c.
Si diffuse soprattutto nelle isole Ryukyu, ponte tra la Cina e il
Giappone, e principalmente ad Okinawa, dove prese piede gradualmente
nel corso dei secoli e si affermò fra la popolazione come arma
di difesa contro gli invasori, sia cinesi sia giapponesi, che si contendevano
l’arcipelago.
La sua diffusione come arma di difesa fu rapida e gli scambi tra i
maestri cinesi che si trasferirono nelle isole e i maestri giapponesi
che si recavano in Cina per perfezionare la loro arte arricchirono
e migliorarono la disciplina che, ribattezzata come To-De (mano cinese),
si impose sugli altri metodi di combattimento senza armi per la sua
efficacia e semplicità.
Migliorato nelle tecniche e modificato in alcune strutture, la nuova
arte marziale si differenziava dal Kempo cinese per la maggior efficacia
dei colpi. Inoltre era quasi del tutto scomparsa la matrice religiosa
che lo aveva generato e caratterizzato.
Ma
altri eventi storici determineranno una svolta decisiva del karate.
Tra il XVIII e il XIX secolo, durante il regno dei Tokugawa, si assiste
in Giappone allo scontro tra la classe dei samurai che vuole difendere
i privilegi di cui sempre ha goduto e i nuovi imprenditori e commercianti.
Unitamente a questi problemi, l'introduzione delle armi da fuoco,
le grandi guerre di manovra e l'edificazione di città castello
avevano resa anacronistica o perlomeno non determinante la lotta corpo
a corpo negli scontri causando la definitiva caduta dei Samurai e
delle loro arti di combattimento.
Le arti marziali conobbero un periodo di decadenza e sembrò
che tutto l'antico patrimonio del Bujutsu, l’arte dei Samurai,
dovesse andare definitivamente perduto ma alla fine del XIX secolo
alcuni maestri, tra i quali Kenkichi Sakakibara (kendo) e JiGoro Kano
(judo), ebbero la geniale intuizione di adattare le arti marziali
ai tempi spostando il loro obiettivo dalla vittoria sull'avversario
alla conoscenza per il miglioramento di se stessi riavvicinandosi
quindi agli insegnamenti di Bodhidharma.
Il kanji Jutsu (presente in BuJutsu) scomparve per far posto alla
parola Do (BuDo), termine filosofico indicante la “Via”.
A
Okinawa, divenuta ormai in tutto e per tutto giapponese, l'Okinawa-Te
era senz'altro più popolare e maggiormente seguita del kendo
o del judo.
Alcuni capiscuola si assunsero il compito di divulgare in Giappone
quest’arte marziale (rinominata karate-do e suddivisa ormai
in diversi stili): Gichin Funakoshi per lo Shotokan (1922), Kenwa
Mabuni per lo Shito-ryu (1926), Chojun Miyagi per il Goju-ryu (1930)
e Hiroki Ohtsuka per il Wado-ryu (1936).
La data ufficiale dell’entrata del karate in Giappone è
universalmente riconosciuta nel 1923, anno in cui Gichin Funakoshi
decise di restare definitivamente sul suolo nipponico abbandonando
Okinawa. In quell'anno il grande maestro, scomparso nel 1955, su invito
del Ministero della Pubblica Istruzione, aveva dato una formidabile
dimostrazione durante i Campionati Nazionali di Atletica a Tokyo e
subito dopo, su invito del prof. Jigoro Kano, nella mecca del Judo
mondiale: il Kodokan.
Durante
gli anni precedenti e successivi alla seconda guerra mondiale, gli
occidentali vennero a contatto e si interessarono al Karate e alle
altre arti marziali giapponesi.
Successivamente molti maestri giapponesi e cinesi si trasferirono
in Europa e in America dove insegnarono la loro disciplina diffondendola
rapidamente.
Oggi il Karate è conosciuto e praticato, talvolta travisato
e svilito, in tutto il mondo. Bisogna però conoscerne le antiche
origini e le motivazioni che lo hanno generato per ricondurlo alla
sua esatta natura e ritrovarne quindi le vere radici e la sua reale
fisionomia.

La
Federazione Italiana
La
FIJLKAM (Federazione Italiana Judo Lotta Karate ed Arti Marziali)
ha compiuto il 18 gennaio 2002 i primi cento anni di vita. Si tratta
infatti dell’erede diretta della FAI (Federazione Atletica Italiana)
fondata a Milano un secolo prima dal Marchese Luigi Monticelli Obizzi,
organizzazione che aveva lo scopo di disciplinare gli sport della
lotta greco-romana e del sollevamento pesi.
Negli
anni successivi l’organismo mutò denominazione ed incrementò
la sfera d’interessi: nel 1933 divenne FIAP (Federazione Italiana
di Atletica Pesante, per differenziarsi dalla quasi anonima FIDAL,
Federazione dell’Atletica Leggera); nel 1974 ufficializzò
l’ingresso nel suo seno del judo assumendo la denominazione
di Federazione Italiana Lotta, Pesi e Judo (FILPJ); nel 1995 divenne
FILPJK con il karate che entrò a far parte della Federazione.
Il 1° luglio del 2000 l’Assemblea Nazionale deliberò
di separare gli sport di confronto dal sollevamento pesi: a fianco
della FIJLKAM (Federazione Italiana Judo,Lotta, Karate ed arti marziali)
da allora percorre autonome traiettorie la FIPCF (Federazione Italiana
Pesistica e Cultura fisica).
Compiti
e finalità della FIJLKAM sono esaurientemente esposti nello
Statuto: la Federazione è costituita dalle Società,
dalle Associazioni e dagli Organismi affiliati che svolgono, senza
scopo di lucro, le attività sportive e promozionali del Judo,
della Lotta, del Karate, del Ju-Jitsu, dell’Aikido e del Sumo.
Si tratta di sport praticati a livello dilettantistico, in armonia
con le direttive e gli indirizzi delle rispettive Federazioni Internazionali
e delle deliberazioni ed indirizzi del CIO (Comitato Internazionale
Olimpico) e del CONI (Comitato Olimpico Nazionale Italiano).
La FIJLKAM ha quindi il compito istituzionale di promuovere, organizzare,
disciplinare e diffondere gli sport controllati dalla International
Judo Federation (IJF), dalla Fèdèration Internationale
des Luttes Associèes (FILA), dalla World Karate Federation
(WKF) e dalla International Sumo Federation (ISF), alle quali è
affiliata e dalle quali è riconosciuta come unica rappresentante
ufficiale autorizzata in Italia.
Quanto
abbiamo esposto, sintesi dei primi quattro articoli dello Statuto
Federale, indica che l’attività della FIJLKAM è
finalizzata alla pratica, alla diffusione ed alla valorizzazione di
discipline sportive che, pur nettamente distinte, sono omogenee ed
assimilabili fra di loro.
Si tratta, infatti, di sei sport appartenenti tutti a quelle attività
che il CIO (Comitato Internazionale Olimpico) definisce di “difesa”;
che, forse più propriamente (Prof. Enrile ed altri), vengono
anche catalogati come “sport di combattimento”, nei quali
si registra infatti equilibrio fra azioni difensive e reazioni nettamente
offensive.
Secondo i fisiologi (Prof. Dal Monte) si tratta di attività
“di impegno aerobico-anaerobico alternato” richiedente
anche “estrema destrezza, con notevole impegno muscolare”.
Sono sport a carattere “non ciclico” (Prof. Rudik), in
cui cioè non si ripetono gesti sempre eguali (come per esempio
succede nella corsa, nella pesistica, nel ciclismo e nel nuoto) che
postulano esercizi basati su sensazioni propriocettive con la determinazione
di rapporti spazio-temporali; in cui si risponde ad una resistenza
opposta dall’avversario.
Si tratta di sport “di situazione”, che richiedono un’attività
neuro-psichica estremamente particolare , ottima preparazione fisica
(forza, resistenza, elasticità muscolare, flessibilità
e scioltezza articolare, coordinazione ed abilità motoria,
rapidità di reazione) oltre alla capacità di saper scegliere,
nelle diverse situazioni, i metodi più favorevoli onde opporsi
alle iniziative dell’antagonista per raggiungere il successo.
“Negli sport di combattimento, dove il confronto è diretto,
la mutevolezza della situazione è determinata dall’interazione
motoria oppositiva tra i due atleti che attivano comportamenti finalizzati
al conseguimento della supremazia” (Prof. Aschieri). In queste
attività, che prevedono il continuo confronto diretto con un
avversario, è determinante il grado di preparazione psicologica
che consenta di non subire la personalità dell’antagonista
e che permetta invece di evidenziare spirito d’iniziativa, decisione
nel condurre le azioni ed originalità di disegni tattici.
La Lotta, il Judo, il Karate e tutte le Arti Marziali quindi prevedono,
ed esaltano con il giusto allenamento, doti altamente utili nella
vita quotidiana di relazione e di confronto.
Il
Karate nella Federazione
Il combattimento di Karate sportivo ripropone, a mani nude, l’antico
duello che i samurai effettuavano con la spada. I contendenti debbono
piazzare un colpo risolutivo, teoricamente mortale. I colpi sono portati
alle parti più vulnerabili del corpo con quelle armi naturali
che sono i pugni ed i calci: ma il colpo deve essere fermato prima
che colpisca il bersaglio. Le competizioni si differenziano fra Kumite
(combattimento) e Kata (forme).
“La competizione di Kumite – sottolinea il Direttore Tecnico
Nazionale Pier Luigi Aschieri – si configura come un combattimento
libero fra due avversari vincolati a non nuocersi. Ciò avviene
attraverso il controllo di colpi (inibizione cinetica) che trasferisce
l’azione-attacco dal piano reale a quello simbolico…Si
tratta di un combattimento rituale dove i due avversari si confrontano
per ottenere la vittoria, nell’ambito disegnato dalle regole
e sulla base di capacità ed abilità psicofisiche”.
Considerando che le azioni debbono esprimere reali quantità
di energia cinetica, comunque controllata prima del contatto, il problema
dell’atleta è quello di realizzare una situazione che
sintetizzi realtà (potenza) e simbolicità (controllo).
Si tratta comunque di uno sport in cui la vittoria premia non la “superiorità
oggettiva” (come il KO del pugilato) ma la “superiorità
tecnica”.
Il Karate è sport agonistico per eccellenza e richiede quindi
ai suoi praticanti piena maturità psico-fisica e tecnica. Si
giungerà all’agonismo solo dopo essersi sottoposti ad
una preparazione intensiva e continua; dopo aver assimilato una tecnica
che consenta di dirigere colpi esplosivi ma controllati di pugno e
di calcio; dopo aver acquisito ottima condizione atletica e maturità
sul piano fisico, psichico e morale (Luridiana-Falsoni)
Per la ricchezza del suo contenuto motorio, il Karate ha i requisiti
indicati nel così detto VARF, il possesso cioè di velocità,
agilità, resistenza e forza.
Ai fini formativi, diretti a sviluppare le qualità del carattere,
il Karate può dare in tempi brevi sensibili miglioramenti.
La costante frequenza del “dojo” esalta attenzione, volontà,
tenacia, spirito di sacrificio, autocontrollo, fiducia in se stessi,
animo virile ed autosufficienza contribuendo a sviluppare la lealtà,
il coraggio, il senso di disciplina e di responsabilità, la
socievolezza (Prof. Enrile).
Si tratta perciò di attività consigliata ai giovani,
alle donne ed agli uomini, anche alle persone anziane.

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